Il Garante per la protezione dei dati personali ha lanciato un avvertimento formale a una società statunitense, titolare del sito CamHub, accusato di aver diffuso in rete immagini provenienti da telecamere domestiche non protette installate in abitazioni private italiane.
Un episodio inquietante, che riporta alla ribalta il tema della vulnerabilità delle videocamere connesse e dei rischi legati alla sorveglianza digitale senza controllo.
Il caso
CamHub, piattaforma di streaming di contenuti per adulti, sarebbe finita al centro di una vicenda drammatica: alcuni video diffusi online sembravano provenire da telecamere IP private, installate in spazi domestici, spogliatoi, palestre o studi professionali, lasciate incustodite o configurate in modo errato.
Il sito – secondo quanto rilevato dal Garante – avrebbe raccolto e diffuso filmati di vita privata senza alcuna autorizzazione, mettendo a rischio la dignità e la riservatezza delle persone ritratte. Si tratta di un trattamento illecito di dati personali, aggravato dal fatto che le immagini potrebbero rivelare anche dati appartenenti a categorie particolari, come quelli relativi alla salute o alla vita sessuale.
L’intervento del Garante
Il provvedimento, datato 1° ottobre 2025 (premere qui per leggere), avverte la società che la prosecuzione del servizio comporterebbe una violazione grave e sistematica del GDPR, in particolare degli articoli 5, 6, 9, 25 e 32, relativi ai principi di liceità, sicurezza e protezione dei dati.
Il Garante ha evidenziato come l’assenza di misure tecniche adeguate – firewall, autenticazione, crittografia – renda il sistema vulnerabile e consenta la raccolta automatica di immagini da dispositivi privati non protetti.
Una violazione che non solo espone le persone a rischi concreti, ma mina il principio fondamentale di riservatezza della vita privata, tutelato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’articolo 2 della Costituzione.
Perché è importante
L’avvertimento del Garante non è una semplice formalità, è un monito internazionale.
In un mondo in cui le case, gli uffici e perfino le palestre sono sorvegliati da telecamere “intelligenti”, la sicurezza non può essere affidata al caso.
Ogni telecamera connessa è una finestra aperta sul privato. Se mal configurata o accessibile via rete, può trasformarsi in uno strumento di intrusione.
Il messaggio è chiaro: installare e usare dispositivi smart comporta responsabilità, e la protezione dei dati personali non finisce alla porta di casa.
In sintesi
Il caso CamHub ricorda a tutti – cittadini, imprese e gestori di piattaforme – che la tecnologia deve servire l’uomo, non violarlo.
La sicurezza dei dati è parte della dignità personale, e nessuna “innovazione” può giustificare la sorveglianza senza consenso.
