Uno studio che interroga il mercato unico dei dati
Recentemente la Commissione europea ha pubblicato uno studio di valutazione sistemica (premere qui per leggere) sul Regolamento relativo al libero flusso dei dati non personali, sulla Direttiva Open Data e sul Data Governance Act. Tale documento fotografa un ecosistema in rapida metamorfosi, e solleva interrogativi giuridici non più eludibili.
La riutilizzazione dei dati pubblici cresce. I numeri lo confermano. Tra il 2021 e il 2025 il portale data.europa.eu ha registrato un incremento del 14% dei visitatori e del 15% dei download, con un accesso proveniente da 191 Paesi, anche se oltre un terzo di tale riuso è imputabile a soggetti extra-UE. Un dato che incide evidentemente sulla sovranità digitale europea.
Open data e imprese dominanti: un equilibrio instabile
Lo studio evidenzia una tensione strutturale. Da un lato, l’apertura dei dati pubblici alimenta innovazione, concorrenza e nuovi servizi. Dall’altro, grandi imprese non europee riutilizzano tali dati per sviluppare prodotti ad alta intensità informativa, talvolta consolidando posizioni di gatekeeping nei mercati verticali.
Particolarmente sensibile è il settore dei servizi legali digitali. Gli esperti segnalano come l’uso dei dati giuridici europei per l’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni accentui il rischio di violazioni del diritto d’autore lungo la catena del valore dei dati.
Il dato pubblico, così, diventa materia prima di un’economia algoritmica scarsamente trasparente.
Dal pluralismo normativo all’ipotesi regolamentare
Uno dei nuclei più rilevanti dello studio riguarda la frammentazione normativa. La Direttiva Open Data, lasciando margini di trasposizione agli Stati membri, ha prodotto disallineamenti applicativi, incertezza giuridica e costi di compliance elevati per gli operatori transfrontalieri
Da qui l’ipotesi, avanzata da numerosi esperti, di trasformare la Direttiva in un Regolamento direttamente applicabile. Una scelta che rafforzerebbe uniformità, certezza del diritto e capacità sanzionatoria. Ma che imporrebbe anche una profonda revisione dell’architettura amministrativa nazionale.
Ma vediamo meglio.
Non si tratta di una mera divergenza tecnica. È una frattura sistemica che incide sulla certezza del diritto, sull’effettività del mercato unico digitale e sulla stessa competitività europea.
La Direttiva Open Data, in quanto atto di armonizzazione minima, ha demandato agli Stati membri un ampio margine di discrezionalità nella trasposizione. Tale scelta, coerente con la tradizione normativa europea, ha però prodotto esiti diseguali.
Alcuni Stati hanno adottato normative settoriali dedicate. Altri hanno integrato la disciplina del riuso all’interno di leggi generali sull’accesso ai documenti amministrativi. Altri ancora hanno sovrapposto regimi preesistenti senza un coordinamento sistematico.
Il risultato è un mosaico regolatorio. Formalmente conforme agli obiettivi della Direttiva. Sostanzialmente eterogeneo.
Lo studio rileva come le differenze emergano su profili giuridicamente sensibili.
Cambiano le condizioni di riutilizzo. Variano i termini di licenza. Divergono le eccezioni fondate sulla tutela dei dati personali, della proprietà intellettuale o della sicurezza nazionale.
In alcuni ordinamenti il principio “open by default” è effettivo. In altri resta programmatico.
Per gli operatori economici che riutilizzano dati pubblici su base transfrontaliera, ciò si traduce in incertezza giuridica endemica. Un dataset riutilizzabile senza oneri in uno Stato può essere soggetto a restrizioni, canoni o limitazioni tecniche in un altro. La conformità diventa un esercizio di micro–comparazione normativa continua.
L’impatto economico di tale frammentazione è tutt’altro che marginale.
Lo studio evidenzia come i costi di compliance gravino in modo sproporzionato sulle piccole e medie imprese, che non dispongono di strutture legali interne capaci di gestire pluralità di regimi nazionali.
Le grandi imprese, al contrario, riescono ad assorbire tali costi. In alcuni casi li trasformano in barriere all’ingresso indirette, rafforzando posizioni dominanti nei mercati dei servizi data-driven.
La frammentazione, dunque, non è neutra. Produce distorsioni concorrenziali incompatibili con la logica del mercato unico.
Enforcement debole e visibilità limitata
Un ulteriore profilo critico riguarda l’enforcement.
La Direttiva non ha introdotto un apparato sanzionatorio armonizzato. L’effettività delle regole dipende dalla volontà e dalla capacità delle amministrazioni nazionali di applicarle.
Lo studio segnala una scarsa consapevolezza degli obblighi Open Data, sia tra i soggetti pubblici tenuti alla pubblicazione, sia tra i potenziali riutilizzatori.
In assenza di un quadro uniforme, la Direttiva fatica a produrre quell’effetto di “visibilità normativa” indispensabile per stimolare il riuso e l’innovazione.
La prospettiva regolamentare: rimedio o rischio?
È in questo contesto che si inserisce il dibattito sulla trasformazione della Direttiva Open Data in un Regolamento.
Secondo lo studio, un atto direttamente applicabile garantirebbe uniformità normativa, riduzione dei costi di compliance e maggiore certezza del diritto per gli operatori transfrontalieri.
Tuttavia, la scelta non è priva di criticità. Un Regolamento imporrebbe regole identiche a contesti amministrativi profondamente diversi. Richiederebbe capacità di enforcement omogenee. E potrebbe generare resistenze istituzionali, soprattutto nei settori più sensibili come dati giudiziari, fiscali o sanitari.
Dati di alto valore e armonizzazione incompiuta
Lo studio riconosce nei High-Value Datasets un avanzamento significativo. L’attuazione, però, resta disomogenea. Alcuni Stati membri non rispettano pienamente gli obblighi di pubblicazione. Altri adottano formati non standardizzati.
Il risultato è una riutilizzabilità imperfetta, che frena tanto le piccole e medie imprese quanto i progetti di innovazione civica.
La Commissione prospetta, per il 2026, atti delegati mirati, senza una revisione complessiva delle categorie. Una scelta prudente. Forse eccessivamente.
Il mercato dei dati tra apertura e tutela
L’elemento più lucido dello studio è la sua ambivalenza. L’apertura dei dati non è, di per sé, una minaccia. È una leva.
Ma senza meccanismi di enforcement efficaci, senza una chiara disciplina del riuso per finalità di addestramento tecnologico, e senza una strategia europea coerente, il rischio è la privatizzazione asimmetrica del valore pubblico.
Il diritto delle nuove tecnologie, oggi, è chiamato a governare questa soglia critica. Non con chiusure protezionistiche. Ma con regole intelligenti, proporzionate e realmente applicabili.
